Tutti i podisti sognano di correre la maratona, almeno una volta nella loro attività agonistica, ma non tutti hanno il coraggio di affrontarla, allora guardano con ammirazione, forse con un po’ di invidia coloro che la partecipano e che riescono a concluderla.
Perché tanta ammirazione verso questa competizione sportiva? E, poi, si può veramente definire competizione sportiva?
Ho preparato e corso molte maratone, ho visto e vedo amici podisti prepararne una; ognuno di loro con un obiettivo diverso.
Il desiderio dell’atleta master evoluto è quello di correre una maratona sotto il muro delle 3 ore, per altri è sufficiente realizzare un tempo accettabile, mentre per la maggioranza l’unico obiettivo è quello di portarla a termine, di oltrepassare la finish line (per usare una terminologia anglosassone), non importa con quale tempo.
L’atleta per raggiungere l’obiettivo programmato deve, però, sapere affrontare la maratona con le giuste motivazioni.
La preparazione mentale, secondo una mia stima, ha un peso superiore a quello della preparazione fisica. Ho conosciuto persone che hanno portato a termine una maratona, con un grado di preparazione fisico assolutamente insufficiente, che hanno avuto il coraggio (o incoscienza) di affrontarla con una preparazione breve dopo avere eseguito un solo allenamento di 30 chilometri o addirittura senza averne eseguito alcuno o al massimo 20 km.
Avevo sconsigliato a queste persone (tra cui mia figlia) di partecipare alla maratona, ma senza successo. Poi ho capito che per loro portare a termine la maratona rappresentava una sfida con se stessi. Il loro desiderio di partecipare a quella maratona era tanto forte da farli superare qualsiasi ostacolo e di farli arrivare al traguardo, addirittura, con tempi sotto le 4 ore o di poco superiore.
La loro forza mentale li aveva portati a conseguire la vittoria.
Ovviamente sconsiglio a tutti di presentarsi ad una maratona senza sufficiente ed adeguata preparazione fisica, ma questo per dire quanto è importante e quanto incide la forza mentale.
Nella corsa di breve percorrenza, sia essa una 10 km o una 21 km, il podista tende a confrontare il proprio risultato con quello dell’amico di allenamento (80% dei casi). Per essi diventa quasi una sfida superarsi, una vera competizione. Può dirsi altrettanto per la maratona? Sicuramente no, correre una maratona diventa una sfida solo con se stessi, un confronto con la propria persona e una presa di coscienza per misurare le proprie capacità.
Per tutti i maratoneti amatori l’obiettivo principale è oltrepassare la linea del traguardo. Gli applausi che essi ricevono dagli spettatori, specie nell’ultimo chilometro, li commuovono e li gratificano. Capiscono che sono applausi veri, che gli spettatori palesano vera ammirazione nei loro confronti.
Molti atleti all’arrivo piangono di gioia. Terminare una maratona è una gioia infinita, al di là del risultato cronometrico conseguito.
Allenare la mente a correre una maratona non è semplice, ma diventa indispensabile farlo.
Consiglio sempre ai miei amici in procinto di preparare una maratona di rispettare pienamente il programma scelto e di non cambiarlo con altri programmi che gli vengono proposti. Se nel programma scelto è stabilito che quel giorno (per esempio) bisogna correre 15 km di medio, bisogna farli tutti e non arrivare al quattordicesimo chilometro un po’ stanchi e pensare “sono stanco, non ce la faccio a correre un altro chilometro, perché se vado più lento della media programmata non serve a niente”.
Errore!
Il programma di allenamento va rispettato fino in fondo, anche se l’ultimo chilometro di allenamento è corso più lento di quanto programmato. Bisogna allenare la mente a sopportare la fatica, a non arrendersi, a non dare ragione a quella vocina interiore che, silentemente, tende a corromperci “ ma chi te lo fa fare, riposati, ci penserai domani” (parecchie volte ho ascoltato questa frase da atleti in allenamento).
Il tanto discutere sulle difficoltà che il maratoneta incontra al cosiddetto muro dei 30/35 km non lo aiuta affatto, anzi contribuisce a fargli memorizzare una percezione di fatica per i restanti 12/7 km, come se egli dovesse superare un ostacolo enorme. Questo vale in maniera maggiore per il podista che si accinge ad affrontare la sua prima maratona. La mente del maratoneta che si appresta a percorrere gli ultimi 12 km, invece, deve percepire che manca ormai poco al traguardo e che i restanti 12 km sono una distanza breve da percorrere e che si è in prossimità del traguardo. Che è fatta!
I maratoneti che riescono ad avere una simile percezione non avranno alcun tipo di problemi nel terminare la maratona.
La concentrazione che il maratoneta sviluppa nella sua performance è diretta a macinare chilometri senza farsi sopraffare dagli stessi; guai se pensasse “ma quando finisce?”. Un simile pensiero lo indurrebbe a deconcentrarsi ed ha indebolirlo mentalmente, facendogli rischiare il ritiro.
Quando si sta correndo una maratona e si capisce che non si è in grado di potere mantenere la media programmata, di non poterla ultimare nei tempi previsti, bisogna avere la capacità di adattarsi al momento contingente e di non arrendersi. Il ritiro, a meno di problemi fisici sopraggiunti, è di sicuro un fallimento, vuol dire che è mancata la capacità mentale di resistere alla resa. Questo può diventare una sconfitta pesante per il proprio “io”. Il cambio di programma non è umiliante, bisogna sapersi adattare alla sopraggiunta situazione e raggiungere con tranquillità il traguardo. Gli applausi che il maratoneta riceve prima e dopo la finish line lo ripagheranno di tutte le fatiche.
Non ci sono premi in natura all’arrivo per i maratoneti amatori, gli unici premi sono gli applausi degli spettatori e la medaglia, tanto faticosamente guadagnata, da custodire gelosamente insieme a quelle di altre maratone.
Articolo di Francesco Diana - Podisitdoc